di Maria Rizzi
Un romanzo intenso e visionario in cui l’autore intreccia fede e ragione, bene e male, amore e ossessione, dando vita a un viaggio narrativo e filosofico che scuote le fondamenta della spiritualità contemporanea
La preghiera del diavolo. Ho avuto l’onore di leggere tutte le opere dell’amico e scrittore Franco De Luca e in questa occasione avviene un drastico cambiamento: il libro non è più ambientato a Napoli e non contiene gli aspetti legati prettamente all’ambiente partenopeo. Si tratta di una svolta e al tempo stesso di una crescita, che ha messo in crisi l’autore. Infatti, ha lasciato che l’opera decantasse per un bel po’ di tempo prima di decidersi a pubblicarla e a scoprire che era in ristampa dopo soli pochi mesi.
Il libro affronta argomenti che ci riguardano tutti e hanno carattere filosofico, religioso, psicologico, ma ha il pregio di farsi leggere come un meraviglioso romanzo. Le riflessioni sono tutte chiare, lucenti come perle, non si celano dietro un costrutto pesante. L’opera ha grande respiro, è originalissima, impostata tecnicamente con il metodo che contempla più argomenti. Si basa sull’intreccio di trame utilizzando situazioni multiple e strutture narrative non lineari, come flashback, analessi o linee temporali parallele, per approfondire personaggi e temi, creando tensione narrativa e permettendo una visione più ampia degli eventi e del loro impatto emotivo e psicologico.

La vicenda che apre il romanzo vede implicato l’esorcista sudamericano Guillermo Morales, che nel corso di un intervento per allontanare il demonio, vede un padre sacrificare uno dei figli e pronunciare i due nomi di persona intorno ai quali ruota l’intero testo: Yehudah e Yeshua, che sono i nomi ebraico / aramaici di Giuda e Gesù. Nel caso vengono implicati alcuni dei protagonisti del romanzo, oltre a Morales, il cardinale Aversano, il cardinale Costanzo Norimberga e il giovane palermitano Ludovico Moretti Altimari, che si scopre essere l’autore di una novella, nella quale compaiono i due nomi in questione.
Va detto che non si può parlare di personaggi principali, in quanto intorno a loro ruotano una serie di co – protagonisti, che seguono in modi diversi le vicende principali. La storia ha il respiro ampio, al quale ho accennato, per gli argomenti trattati e perché ci si muove dalla Sicilia, al Vaticano, alla Georgia, a Fontesecca, nell’Umbria, al Ruanda, all’isola di Shelley in Scozia e in molte altre zone della terra. Gli argomenti trattati con levità e stile fluente, immediato, coinvolgente sono di grande rilevanza.
Ludovico, soggetto sin da piccolo a visioni e svenimenti, studia materie scientifiche al seminario di Palermo e si innamora perdutamente di Giulia, una ragazza libera e solare, ma diviene schiavo del racconto del quale è l’autore e che, dal suo punto di vista, rappresenta la narrazione di un sogno. Viene contattato dal Cardinale Aversano, uomo corrotto e incline a provocare i giovani seminaristi, che ritiene il racconto blasfemo e lo condanna al Consiglio Superiore. Il marcio presente nella chiesa rappresenta per Ludovico una sfida. Indossa la tonaca pur non essendo credente e si allontana definitivamente da Giulia, pur considerandola l’unico punto fermo della sua esistenza.

Tra i parallelismi ritengo esaustivo quello con il canadese David Tawny, che dopo un’infanzia di solitudine e sofferenza, viene mandato in collegio e decide di evitare il bullismo investendo l’intera vita negli studi umanistici. Diventa così famoso che viene accolta la sua domanda di laurearsi in Teologia a Roma. Come Ludovico finisce per indossare la tonaca senza credere, solo per appagare la sua brama di conoscenza nelle grandi biblioteche romane. Si spinge oltre la teologia approvata dalla Chiesa. Studia i Vangeli Apocrifi e, quando lo stesso Norimberga lo incarica di tenere una conferenza nella ridente isola di Shelley, decide di stupire tutti parlando delle sue scoperte sulla preghiera per eccellenza, il Padre Nostro, asserendo che sarebbe stata antecedente a Gesù e, quindi, scritta da altri. L’iniziativa lo penalizza fino a far sì che venga chiuso in un convento per dieci anni.
Ritengo inutile narrare la trama, così avvincente che vi accorgerete di non poter interrompere la lettura, ma credo sia importante citare le allegorie presenti nel testo. In primis il rapporto Bene – Male e l’intera armonia degli opposti di eraclitea memoria. Il concetto che il Diavolo non è solo “l’antagonista esterno”, ma diventa lo specchio del Male che può abitare in noi uomini, anche in coloro che vestono l’abito sacro. Inoltre, è centrale la contrapposizione tra Fede e Ragione. I dubbi rappresentano l’alimento della Fede – lo asserì Sant’Agostino – e nel romanzo lo affermano Ludovico, il cardinale Gonzaga e il giovane prete canadese David Tawny. Inoltre, il protagonista sembra scelto da forze oscure, come Morales, ed è qui che si inserisce il concetto di libero arbitrio: siamo davvero padroni di noi stessi?

La narrazione circolare, con il passato che torna di continuo rende l’opera una sorta di thriller, ma a mio umile avviso non bisogna cadere in questa trappola. Il passato che torna crea il senso di ossessione, la perdita di orientamento, l’immersione nella circolarità del male. Morales e Norimberga sono in modi diversi, i mentori del prete siciliano. La morte del primo rende vana la sua ricerca del diavolo, che è solito scegliere i bambini, perché hanno occhi e cuori puri. Ludovico vaga per il mondo fino a ostinarsi a chiedere a Norimberga un’azione pratica, che dia senso al suo tragitto terreno. Il cardinale Aversano ha creato in Ruanda un quartier generale. Loschi traffici con gente collusa e una rete di pedopornografia. Norimberga cerca di vietargli la missione, ma lui si ostina e nell’orfanatrofio africano avviene un grande evento: ritrova Giulia, al servizio del cardinale come suor Maria.
La storia con la donna ha il sapore delle grandi vicende d’amore della Letteratura. Esiste oltre il tempo, oltre i dati di fatto, oltre la morte.
Il titolo, al di là di essere un ossimoro, richiama una tensione fondamentale: una preghiera è un atto sacro, ma in questo contesto appartiene al diavolo. Si tratta del paradosso che definisce l’intero romanzo. Il male chiede ascolto come il bene, l’oscurità tenta di essere legittimata come la luce, la sacralità è contaminata, il profano si eleva a forma di spiritualità rovesciata.
Franco possiede una peculiarità narrativa, che ho riscontrato anche in quest’Opera: risolve. Ovviamente la risoluzione rappresenta un processo di esplorazione, chiarificazione e, in certi casi, accettazione di questioni esistenziali tramite la narrazione. La trama e i personaggi incarnano concetti come il significato della vita, l’etica, la coscienza o l’angoscia, traghettando noi lettori verso nuove prospettive e maggiore consapevolezza di noi stessi.
Credo sia illuminante in proposito la dedica del romanzo: “A mio padre, / che non ha mai trovato Dio / e lo teneva negli occhi”.
Il libro è stato presentato l’11 gennaio presso il Caffè Letterario HoraFelix di Roma, nel corso di un incontro organizzato da IPLAC.
L’incontro, moderato da Valeria Bellobono, ha visto la partecipazione del relatore Roberto De Luca. Le letture di alcuni brani del romanzo sono state affidate a Federica Sciandivasci, mentre Livia Cattan è intervenuta in mia rappresentanza.
Ad aprire l’incontro è stata Nunzia Gionfriddo, membro del direttivo romano di Iplac e capogruppo Iplac per Napoli, che ha introdotto il pubblico al significato e al valore culturale dell’opera.
Foto di Gloria Casciotti
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