Architetto del suono, fondatore del Saint Louis College of Music e del Roma Jazz Festival, Mario Ciampà racconta la spiritualità del jazz e il valore dell’armonia come linguaggio universale, tra libertà e sensibilità femminile.
di Amalia Mancini
L’intervista a Mario Ciampà, fondatore del Roma Jazz Festival, giunto nel 2025 alla sua 49ª edizione e della scuola di musica Saint Louis College of Music, è un viaggio che dalle ceneri di un teatro bruciato conduce alla nascita di un percorso capace di trasformare Roma in una capitale del jazz e dell’armonia.
Nei primi anni Settanta, un gruppo di giovani del Music Inn affida a lui, allora giovane architetto, la ristrutturazione di un teatro dismesso in via del Cardello, nel Rione Monti. Dalle ceneri di quell’edificio nasce il Saint Louis, un luogo che presto diventa il cuore pulsante del jazz romano. Ciampà rileva l’intera impresa e trasforma il club in un crocevia internazionale dove si esibiscono leggende come Dizzy Gillespie, Stephane Grappelli, Archie Shepp, Elvin Jones e Max Roach.
Architetto del suono e pioniere della ricerca musicale, Ciampà intreccia memoria, spiritualità e innovazione, raccontando la musica come atto di libertà e forma di pensiero. In questa intervista l’ideatore della rassegna racconta mezzo secolo di sfide, visioni e incontri.
Quando parla, Mario Ciampà non risponde: accorda. Architetto di formazione, ma costruttore di suoni per vocazione, ha scelto di intitolare l’edizione di quest’anno del Roma Jazz Festival “Harmony”, un tema che riflette la sua visione della musica come ricerca di equilibrio, spiritualità e dialogo tra le differenze. Un titolo che suona come un manifesto spirituale in tempi fragili perché con lui la musica diventa filosofia, e il jazz un modo di stare al mondo. Con Harmony 2025, il jazz diventa un linguaggio universale di pace e consapevolezza, dove la sensibilità femminile e la ricerca dell’equilibrio aprono la via a una nuova armonia.
Lei è architetto, talent-scout e costruttore di visioni. La sua storia nasce da un caso: un teatro bruciato, un gruppo di ragazzi divisi tra tradizione e be-bop. Il Saint Louis nacque quasi come un organismo artigianale (muratore, architetto, fonico e direttore insieme). Se dovesse raccontare ai giovani musicisti che cosa rappresentò quel cantiere di Via del Cardello nella sua vita, cosa direbbe? Fu un semplice luogo o un rito di iniziazione?
«Sicuramente fu un rito d’iniziazione, non solo per me ma per tutti coloro che frequentarono il Saint Louis nei vent’anni successivi.
Da lì sono nati tanti musicisti molto bravi, ma anche insegnanti, giornalisti e critici di jazz. È stata una vera fucina che ha creato professionalità e ha dato vita a un movimento culturale».
All’inizio lei non sapeva nulla di jazz, eppure fu tra i primi a scommettere sui giovani e sull’innovazione sonora. Quanto ha contato non appartenere a una scuola per creare un orizzonte nuovo e, in seguito, un festival della portata del Roma Jazz Festival?
«Ha contato moltissimo. Proprio perché ero fuori dagli schemi di allora, quando si parlava ancora di jazz “freddo” e “caldo”, tradizionale o swing, ho potuto scegliere liberamente ciò che era più attuale, più vicino alla mia generazione. A Roma, in quegli anni, non c’era nulla di alternativo al mainstream, e aprire anche una scuola di jazz (il Saint Louis College of Music) significava rompere un tabù: si diceva che il jazz non potesse essere insegnato. Il successo fu immediato, soprattutto tra i giovani».
Ci racconta com’è nata la scuola?
«È nata in modo naturale. Nel club arrivavano tanti giovani appassionati che volevano imparare a suonare, e all’epoca a Roma c’era soltanto un’altra scuola di musica. Così cominciai a organizzare incontri didattici all’interno del locale, prima dei concerti, e da lì nacque l’idea di creare una vera e propria scuola. Dopo la chiusura del club nel 1996 ho ceduto l’attività, ma la scuola ha continuato il suo percorso come Saint Louis College of Music.
Negli anni Duemila, con l’esplosione dei talent e dei contest, si è aperta anche alla musica pop, continuando comunque a formare nuovi musicisti».
Oggi il mondo musicale è digitale, rapido, in continua esposizione. Cosa manca, secondo lei, alla generazione di oggi rispetto a quei tempi?
«All’epoca, per ascoltare musica nuova, bisognava muoversi: andare ai concerti, ai club, perché i dischi erano pochi e dominati dalle grandi etichette. Oggi invece tutto è accessibile, tutto a portata di clic, ed è una grande opportunità, si può ascoltare qualsiasi cosa. È più facile scoprire talenti, ma la scoperta ha perso la sua fisicità, si perde l’esperienza fisica dell’ascolto. Io stesso, da direttore artistico, oggi mi affido molto alle piattaforme digitali, ma allora la scoperta nasceva solo dal contatto diretto. Prima c’era l’incontro, oggi c’è la connessione. Sono due mondi diversi».

Bilal 4TET. Foto di Fabrizio Sodani
A un certo punto, lei lascia tutto e parte per il mare. Un giro del mondo e poi il ritorno. Che insegnamento ha portato nel festival da quell’esperienza? Il jazz, come il mare, è disciplina o abbandono?
«È stato un periodo di riflessione. Avevo chiuso il club e mi presi un anno sabbatico.
Navigare mi ha insegnato molto: il mare, come il jazz, richiede rigore e conoscenza profonda, ma anche capacità di adattamento. L’improvvisazione nel jazz non è casuale: nasce dalla preparazione e dall’ascolto reciproco, come quando sei in mare e devi seguire il vento e la natura. C’è sempre una connessione tra ritmo, tempo e armonia, sia in musica che in navigazione».
Il mare insegna che l’armonia non è quiete: è dialogo con le correnti.
Il tema del Roma Jazz Festival 2025 è “Harmony”. Nasce da un’urgenza pubblica o da un bisogno interiore?
«Da entrambi. Viviamo un momento storico molto complesso, tra guerre, disuguaglianze, tensioni sociali. L’armonia oggi è un bisogno collettivo ma anche personale. Con il festival cerchiamo di proporre musica che parli di pace, di equilibrio, di spiritualità, in un mondo che ne ha urgente necessità».
Harmony: la parola che vorremmo tutti pronunciare, ma che solo la musica sa dire.
Lei ha spesso detto che il jazz non è solo musica, ma una forma di lettura spirituale e politica del presente.
«E’ scritto nella storia del jazz. Basta pensare a John Coltrane e alla sua filosofia religiosa, o a Wayne Shorter e al suo pensiero umanista. Il jazz nasce come riscatto sociale e morale, come voce di libertà, e questo spirito è ancora vivo. Oggi forse è più silenzioso, ma resta una rivoluzione interiore».
Lei ha spesso sottolineato il ruolo trasformativo delle artiste donne nel jazz contemporaneo. In che modo questa energia femminile sta cambiando la percezione del jazz?
«Il jazz è sempre stato considerato un mondo maschile, eppure le donne hanno avuto ruoli fondamentali, soprattutto nella composizione. Penso a Billie Holiday, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, ma anche a tante autrici e innovatrici di oggi. Forse hanno una sensibilità diversa, un modo di sentire più profondo, meno conflittuale.
E questa diversità sta portando aria nuova nel jazz».

Camilla George 4TET. Foto di Fabrizio Sodani
Il festival abbraccia temi come pace, parità di genere, diritti civili e inclusività. In che modo lo sguardo femminile e il dialogo tra linguaggi contribuiscono, secondo lei, a una nuova cultura dell’armonia e della pace?
«Nella presentazione di quest’anno ho citato Martin Luther King: “Non c’è pace senza giustizia.” E credo davvero che sia così. Le donne hanno una sensibilità diversa, una maggiore capacità di conciliazione e di ascolto. Forse meno conflittuali, più inclini al dialogo. E questa è già una forma di pace».
Il suo festival non è un museo: è rischio, laboratorio, scoperta. Cosa la spinge a continuare sulla via più complessa, quella del pionierismo culturale?
«Forse la follia! Perché chi sceglie la ricerca sa di andare incontro a difficoltà. Proporre qualcosa di nuovo è sempre più difficile da “vendere”, ma è anche ciò che dà senso al mio lavoro. Quando il pubblico mi ringrazia per aver scoperto un artista o un suono nuovo, capisco che ne vale la pena».
Oltre a Dizzy Gillespie, quale artista le è rimasto più impresso, per umanità, spiritualità o grandezza?
«Ne ho incontrati molti. Max Roach, per esempio, era una persona di una calma e sensibilità incredibili; mi ospitò a casa sua a New York. Wayne Shorter era un uomo “zen”, profondamente spirituale e umile. E poi Joe Pass, un chitarrista generosissimo, che mi lasciò la sua casa per un mese intero.
Da tutti ho imparato: sono stati maestri di musica e di vita».
Ogni nome è una nota di gratitudine.
La scena jazz contemporanea oggi è contaminata da molte influenze: hip-hop, elettronica, soul. Pensa che a Roma, anche grazie al suo lavoro, si sia aperta questa diversificazione?
«Non vorrei sembrare presuntuoso, ma credo che a Roma abbiamo tracciato una strada. Il Roma Jazz Festival è sempre stato un festival di ricerca, aperto ai linguaggi contemporanei, all’elettronica, ai progetti interdisciplinari tra jazz, arti visive e nuove tecnologie. Questo lo ha distinto dagli altri festival italiani. Abbiamo cercato di mostrare che il jazz non è una nicchia, ma un linguaggio capace di dialogare con tutto».
C’è qualcuno che ancora sogna di portare al festival?
«Li ho avuti quasi tutti… persino Miles Davis! Forse è tempo di passare il testimone».
C’è stato un momento in cui ha pensato di smettere?
«Forse adesso. L’anno prossimo sarà la cinquantesima edizione e sto riflettendo. Il mondo cambia, il pubblico è diverso, più giovane. Forse arriverà il momento di lasciare la direzione a qualcun altro: non si può essere eternamente attuali».
E quando è solo e nessuno lo guarda, che musica ascolta? È ancora jazz o c’è qualcosa che sorprenderebbe tutti?
«Dipende molto dagli stati d’animo. Però amo la musica per clavicembolo»
Chi ascolta musica per clavicembalo cerca una dimensione di purezza, equilibrio e meditazione. Non emozione istintiva, ma armonia costruita con rigore. È come se quella risposta racchiudesse la sua intera filosofia: dopo una vita di improvvisazione, la ricerca della forma, dell’ordine, del suono che riconcilia. Il jazz come esperienza del tempo; il clavicembalo come ritorno all’essenza.

Camilla George 4TET. Foto di Fabrizio Sodani
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