Vincenzo Gemito, Busto di fanciulla napoletana, 1919–1920, Gallerie d’Italia – Napoli
Riflessione critica sull’arte contemporanea e sull’impostura del Novecento e il ritorno del Bello, del Giusto e del Vero come segni di riscossa dell’arte autentica
di Paolo Sciortino
Non siamo alla rivelazione ultima, tantomeno all’epifania del Messia, come vorrebbero artificialmente credere e fare credere alcuni protagonisti del mondo, ma l’umano consorzio sta certamente cambiando abitudini, e anzi: sono già cambiate. Anche se, appunto, non sono manifeste, o per meglio ancora dire, non sono consapevoli, condivise, accolte nella pienezza di un grado superiore.
Il cambio di passo nella coscienza umana universale si misura nelle faccende geopolitiche, che non staremo qui ad analizzare, c’è chi lo fa meglio. Noi prendiamo atto – se non siamo ciechi, ma è solo un modo di dire, perché senz’altro tra i non vedenti c’è pure chi certe cose le vede anche meglio – che il grande movimento tellurico, carsico, inarrestabile, della verità, che è epifania priva di inganno, torna inevitabilmente a rivelare le cose come stanno.
Tale processo è pressoché compiuto. Si aprono gli archivi segreti, parlano i testimoni tenuti nascosti, emergono le figure nuove della storia, i nuovi poteri assumono la nuova guida degli eventi umani. Il tutto, mentre le scorie sedimentate del vecchio ordine resistono avvinghiate a un mondo ormai semisommerso, in via di estinzione per inghiottimento, e procurano tuttavia scorie di illusioni di massa, generano onde ancora lunghe di persuasione ingannevole. Ma la marea è in ritiro, non c’è dubbio. E altre ondate, portatrici di verità e giustizia, sembrano formarsi nell’orizzonte umano. È un fenomeno naturale e spirituale che sarebbe visto, se fossero vivi, da tutti i grandi profeti anche privi della vista, da Tiresia a Borges. Ma, a parte i miti, abbiamo voci vive e presenti che lo attestano, per fortuna. E anche occhi buoni, per fortuna, che vedono e prevedono.
Agli artisti spettano come sempre funzione e missione consimili e affini a quelle dei profeti: dare all’arte ciò che è dell’arte. Oppure, se serve, restituire all’arte ciò che era stato dell’arte.
È per l’appunto il caso che riguarda i tempi attuali.
Sembra in effetti, ormai da alcuni anni, in corso di ripresa l’interesse, ma soprattutto il rispetto, e nondimeno il gradimento preferenziale, per il figurativo, per il realismo, per l’arte canonica per così dire, mimetica, rappresentativa, realizzata attraverso l’impiego dei supporti tradizionali della pittura e della scultura.
Del pari, appartiene ormai quasi esclusivamente all’ambito delle accademie, delle rassegne ufficiali, e naturalmente dei circuiti commerciali dominanti (aste, fiere, musei) la perpetuazione del predominio – perché ancora di questo si tratta – ormai centenario, per l’astrattismo, il concettualismo, l’informale e tutti i derivati nati dalle cosiddette avanguardie novecentesche volti alla decostruzione, alla desemantizzazione, all’inclusione e allo sdoganamento dell’espressione artistica legittimata a manifestarsi in ogni modo, genere, aspetto e linguaggio. Tecniche, stili, talenti e virtù poietiche si sono stratificati e dispersi, nel corso dell’ultimo secolo, in una babele infinita, spesso informe, sempre più incomprensibile e lacerata, primariamente imposta dall’arbitrio di un mercato dell’arte quanto più simile al capitalismo finanziario delle bolle speculative e tanto meno affine alla relazione di valore che lega un’opera d’arte autentica al suo giusto prezzo.
Inutile, qui, pescare a caso esempi dallo sterminato repertorio di falsa arte, e addirittura di non arte, che hanno lastricato – come strade infernali, appunto – il cammino ingannevole, la falsa pista, della storia dell’arte contemporanea. Basti riferirsi al solo, semplice esempio della critica d’arte, tutta la critica d’arte del ‘900 (dal ‘900) che, semplicemente, prima non esisteva come professione del mondo dell’arte. E che è nata proprio per accompagnare il pubblico contemporaneo, ovviamente ristrettissimo a un opulento salottino di happy few, alla guida e alla comprensione di prodotti d’arte che avevano e hanno bisogno di essere spiegati per essere compresi, e automaticamente goduti, apprezzati e strapagati. Fino all’alba del XX° secolo, a cominciare dal VII° prima di Cristo, il critico d’arte non aveva ragione di esistere, in quanto l’arte non aveva bisogno di essere spiegata. Casomai, per tenere il conto della sterminata produzione di capolavori artistici, occorreva e bastava lo storico dell’arte.
Nemmeno vale la pena, per equanimità, elencare i molti artisti veri che oggi riprendono finalmente vita. Non perché siano resuscitati, essi sono sempre esistiti e sempre hanno lavorato. È lo spirito del tempo che li sta riportando alla ribalta della vita, perché è l’arte autentica che sta riprendendo vita.
Come disponiamo di squarci rivelatori sugli imponenti veli di Maya che hanno avvolto la vera storia sociale, così possiamo cominciare a dismettere le ipocrisie e le imposture che hanno nascosto il talento artistico ed enfatizzato il nulla e talvolta pure il vuoto, l’assenza medesima e letterale di qualsivoglia segno d’arte spacciato logorroicamente, verbosamente per arte.
Se tutto va bene, verità e giustizia, anche in arte, stanno per avere la loro riscossa, nel nome del Bello, del Giusto e del Vero.
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