Fabrizio Cassol e Adèle Viret. Foto di Fabrizio Sodani
di Amalia Mancini
Al Romaeuropa Festival 2025, il concerto della formazione “Notes on the Memory of Notes”, con Fabrizio Cassol (sassofono alto), Adèle Viret (violoncello) e Lorenzo Bianchi Hoesch (elettronica), tenutosi all’Auditorium Parco della Musica, Teatro Studio Gianni Borgna nel contesto della 40ª edizione (4 settembre-16 novembre 2025), ha offerto un’esplorazione sonora della memoria e dell’istante. Le note si intrecciano tra strumenti acustici e elettronica, generando un’atmosfera immersiva in cui improvvisazione e composizione si sovrappongono, e in cui il suono diventa memoria. Attraverso fotografie in bianco e nero viene raccontata l’intensità di quel dialogo tra generazioni, linguaggi e culture.
In una sera che sembrava sospesa tra ricordo e attualità, il palco dell’Auditorium Parco della Musica, Teatro Studio Gianni Borgna si è trasformato in un crocevia di memorie sonore. All’interno della 40ª edizione del Romaeuropa Festival (dal 4 settembre al 16 novembre 2025) la formazione Notes on the Memory of Notes, composta da Fabrizio Cassol al sassofono alto, Adèle Viret al violoncello e Lorenzo Bianchi Hoesch all’elettronica, ha tenuto uno spettacolo che ha unito culture, strumenti, generazioni.
Il sassofono alto di Cassol, da anni impegnato nell’esplorazione di tecniche strumentali lontane dalle armonie occidentali, ha aperto un dialogo profondo con il violoncello di Viret, dal suono ricco e sensibile, e con le tessiture elettroniche fluide di Hoesch. Insieme, gli artisti hanno creato paesaggi sonori che non si limitano a “suonare” ma a raccontare. Le note si intrecciano, si dissolvono, emergono da spazi silenziosi e ritornano, in un movimento continuo tra memoria e presente.

La scelta del bianco e nero nelle fotografie di Fabrizio Sodani, ha contribuito a rendere l’esperienza ancora più densa: l’assenza del colore sembra leggere la musica come una trama di ombre e luci, un corpo invisibile che pulsa tra lo strumento e l’aria. In quella dimensione visiva, il sax, il violoncello e l’elettronica diventano testimoni di un “essere” che è contemporaneamente passato e futuro.
Il Romaeurope festival, nato nel 1986 e oggi giunto alla sua quarantesima edizione, ha una cifra imponente: oltre 110 spettacoli, circa 700 artisti e oltre due mesi di programmazione. Come ha dichiarato il direttore generale e artistico Fabrizio Grifasi, «esploriamo il potere dell’immaginazione come forza di cambiamento, mettendo in dialogo le visioni artistiche con le sfide concrete del presente».
Quel dialogo, tra memoria e suono, tra silenzio e nota, tra generazione e generazione, è stato al centro della serata. Mentre Cassol “ricordava” attraverso il suo sax, Viret restituiva la vibrazione emotiva del violoncello, e Hoesch trasformava, rifrangeva, dilatava il suono con l’elettronica. Il risultato: non un semplice concerto, ma un’esperienza immersiva in cui il pubblico è parte, non spettatore. Le immagini in bianco e nero restituiscono l’attimo: un musicista che ascolta, l’altro che risponde, un istante che si ferma per lasciar respirare la memoria.

Ecco allora che la “memoria” non appare come un residuo statico, ma come un luogo vivo, un terreno di trasformazione. Le note rispettano il loro passato, ma cercano l’istante — e nel cercarlo, lo modellano. In quella progettualità sonora, il festival stesso si manifesta come “spazio di confronto”, dove la tradizione incontra l’innovazione e dove l’arte diventa lente di riflessione per ciò che siamo e ciò che potremmo essere.
La serata si chiude con un silenzio che non domanda applausi: è parte integrante del racconto. In quel momento, il pubblico trattiene il respiro, consapevole di aver attraversato qualcosa di più grande di un evento. E riconosce che la cultura, nella sua forma più pura, non è solo intrattenimento. Come recita la dichiarazione del Presidente della Fondazione Romaeuropa, Guido Fabiani: «Questo spirito di dialogo, confronto e cooperazione continua a guidare la nostra attività, nella speranza che l’ancora della cultura aiuti ad affrontare i grandi cambiamenti che stanno configurando il futuro del mondo attuale».

In uno scenario culturale che cambia vorticosamente, il concerto di Notes on the Memory of Notes diventa un punto fermo: un monito bello e semplice, non mollare mai la ricerca del suono, della memoria, dell’incontro. Perché in fondo, come in musica, anche nella vita ci sono presenze e volti che emergono da ombre. Le note si dissolvono e tornano, perché la memoria è viva.

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